19 Febbraio 2026

Soft Skills nell’era dell’AI: perché valgono sempre di più e quali sono le più importanti

società di formazione aziendale

Ci sono stati momenti in cui sembrava che l’intelligenza artificiale fosse solo materia di convegni o film di fantascienza. Oggi, invece, è qui, concreta, che permea e si insinua in ogni strato della nostra vita: nelle app che utilizziamo ogni giorno, nei sistemi che ci suggeriscono cosa comprare o cosa leggere, nei software che supportano decisioni aziendali sempre più complesse.

Non riguarda solo la vita privata. Riguarda, e forse soprattutto, il lavoro.

Da anni ci sentiamo ripetere la stessa frase: “le macchine ci ruberanno il lavoro”. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, questa affermazione ha assunto toni ancora più netti, quasi inevitabili. È davvero questa la prospettiva? Non necessariamente. Perché, se è vero che l’AI può automatizzare, calcolare, analizzare e prevedere, c’è qualcosa che non può replicare pienamente: la nostra capacità di interpretare, scegliere, relazionarci, adattarci. Le nostre soft skills.

Questo articolo parte proprio da qui: dall’idea che, se l’intelligenza artificiale accelera, anche le competenze trasversali devono potenziarsi e guidare questa accelerazione. Non sono più un complemento “umano” alla tecnica, ma diventano la condizione necessaria per governarla.

 

Introduzione alle soft skills: cosa sono?

 

Facciamo un breve recap di cosa siano le soft skills - oggi sempre più spesso definite anche “power skills” proprio per superare l’idea che si tratti di competenze marginali o secondarie. Si tratta delle competenze trasversali che riguardano il modo in cui una persona pensa, comunica, si relaziona e affronta le situazioni. Sono quelle competenze che non si acquisiscono sui libri, né vengono misurate attraverso un esame tecnico.

Certo, alcune di queste (come la leadership) possono essere affinate tramite la formazione, ma nella maggior parte dei casi riguardano tratti personali intrinsechi.

Appartengono alla dimensione comportamentale, cognitiva dell’agire professionale, al “saper essere” più che al “saper fare.” Comprendono, ad esempio, la capacità di lavorare in team, di gestire i conflitti, di prendere decisioni in condizioni di incertezza, di adattarsi al cambiamento.

Sono competenze che attraversano ruoli e settori diversi, che sostengono e determinano la riuscita delle competenze tecniche.

Il talento tecnico può infatti produrre innovazione, ma senza capacità comunicative e relazionali l’innovazione non si diffonde. Le soft skills rappresentano quindi il ponte tra sapere e risultato.

 

Digital soft skills: un primo ponte tra soft skills tradizionali e tecnologia

 

Il termine “soft skills digitali” è emerso giù da un po’ di anni, come punto di incontro tra le competenze trasversali “classiche” e l’ambiente tecnologico in cui oggi si svolge la maggior parte dell’attività lavorativa.

Le digital soft skills si declinano in una serie di capacità che integrano competenza relazionale e consapevolezza tecnologica. Tra queste rientra:

  • il pensiero critico digitale, indispensabile per valutare l’affidabilità delle informazioni online e orientarsi in contesti ricchi di dati;
  • la comunicazione digitale efficace, che richiede chiarezza e precisione negli scambi via email, chat o piattaforme collaborative;
  • la collaborazione virtuale, fondamentale nei team distribuiti e nei contesti di lavoro ibrido.

A queste si aggiungono:

  • l’adattabilità tecnologica, ossia la capacità di affrontare strumenti in continua evoluzione senza subirli;
  • la digital awareness, che implica attenzione agli aspetti etici e di sicurezza.

Nel loro insieme, queste competenze rappresentano l’evoluzione delle soft skills tradizionali all’interno di un ecosistema lavorativo profondamente digitalizzato.

Ma con l’avvento dell’intelligenza artificiale, queste competenze non si sono semplicemente confermate: si sono ulteriormente evolute. Questo perché l’accelerazione tecnologica ha reso necessario un livello più alto di consapevolezza, di spirito critico e di responsabilità nell’uso degli strumenti digitali.

 

Perché le soft skills sono sempre più fondamentali nell’era dell’AI

 

Già il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum aveva messo in evidenza un dato significativo: le competenze più strategiche per il futuro non sono tecniche, ma profondamente umane, “human-centric”. Quelle che per anni sono state considerate un “nice to have”, un semplice valore aggiunto spesso relegato a poche righe finali del curriculum, sono diventate oggi requisiti critici e imprescindibili per l’accesso e la permanenza nel mercato del lavoro.

Il motivo è evidente: se da una parte l’intelligenza artificiale è destinata a sostituire attività meccaniche e ripetitive, dall’altra lascia intatta (e anzi valorizza) la dimensione umana del lavoro. L’intelligenza emotiva, la capacità di creare relazioni, di attribuire significato alle attività svolte, restano prerogative insostituibili. Come ha osservato Forbes, mentre le aziende faticano a rimanere competitive, le competenze centrati sulle persone saranno più richieste che mai.

Eppure, proprio queste competenze si rivelano le più difficili da sviluppare in modo sistematico. Diane Bartoli, in un articolo pubblicato su Forbes, evidenzia come le soft skills siano oggi tra le abilità più complesse da insegnare. Una ricerca di LinkedIn conferma che le competenze trasversali sono tra le più richieste a livello globale; tuttavia, solo il 36% delle organizzazioni dispone di programmi strutturati di sviluppo di carriera realmente pensati per coltivarle.

 

Le soft skills più importanti nell’era dell’AI secondo Forbes

 

In un articolo pubblicato su Forbes, Caroline Castrillon esamina le competenze trasversali che considera oggi più strategiche nell’era dell’intelligenza artificiale, facendo riferimento anche ai risultati di uno studio apparso su Business and Professional Communication Quarterly.

  • Pensiero strategico, fondamentale non solo per i vertici aziendali ma anche per manager e professionisti ad alto potenziale. Si tratta della capacità di definire visioni di lungo periodo, prendere decisioni ponderate e mantenere allineate le iniziative agli obiettivi (mission e vision) dell’organizzazione, anche in scenari in rapido mutamento.
  • Competenze comunicative, soprattutto orali. Se la tecnologia può facilitare la redazione di messaggi standardizzati, le conversazioni complesse, sensibili o strategiche richiedono ancora autenticità, ascolto attivo e capacità di creare fiducia. La comunicazione verbale diventa poi uno strumento fondamentale per coinvolgere i team e verificare comprensione e motivazione.
  • Onestà e integrità, poiché l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali richiede un solido riferimento etico, oltre che fiducia e trasparenza. L’integrità rappresenta la base per costruire fiducia, soprattutto in momenti di trasformazione che possono generare incertezza tra lavoratori e lavoratrici.
  • Pensiero critico, perché se l’intelligenza artificiale è in grado di riconoscere pattern e automatizzare attività ripetitive, la mente umana resta insostituibile nella capacità di analizzare, interpretare e valutare le informazioni in modo logico. Il pensiero critico implica la capacità di prendere decisioni consapevoli, basate su dati e ragionamento, considerando scenari alternativi e valutando attentamente i rischi.

 

Intelligenza emotiva ed empatia: oltre il primato del QI

 

Per lungo tempo il quoziente intellettivo è stato considerato il principale indicatore di successo. Oggi, però, anche alla luce dell’avanzamento dell’intelligenza artificiale, questo parametro non basta più.

Secondo il CEO di Microsoft, Satya Nadella, intervenuto al podcast MD Meets condotto da Mathias Döpfner, è l’intelligenza emotiva a fare davvero la differenza nella leadership e nel lavoro contemporanei. Con una formula efficace ha affermato che un alto IQ, senza EQ (emotional quotient), rischia di essere sprecato. In altre parole, la sola competenza cognitiva non è sufficiente: è la capacità di comprendere le persone, leggere i contesti e guidare con empatia a trasformare l’intelligenza in valore concreto.

Nadella ha inoltre spiegato che, man mano che l’intelligenza artificiale si fa carico di un numero crescente di responsabilità tecniche, l’intelligenza emotiva diventa ancora più centrale. L’empatia, in questa prospettiva, non è un concetto astratto o meramente “umanistico”, ma uno strumento pratico di leadership. Significa saper comprendere il contesto in modo più profondo, senza irrigidirsi in posizioni estreme, mantenendo equilibrio e apertura.

È proprio questa capacità di interpretare le situazioni e le persone che, secondo Nadella, distinguerà leader e organizzazioni di successo nell’era dell’AI.

In questa cornice, l’empatia non è più una semplice “soft skill”, ma una vera e propria competenza di business, indispensabile per orientare il cambiamento tecnologico con responsabilità e visione.

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