Questa frase di Peter Drucker, tra i più noti ed influenti pensatori e scrittori in materia di teoria e pratica del management, più che una citazione formale, sintetizza con estrema efficacia la sfida contemporanea del lavoro.
In un’epoca in cui i modelli produttivi cambiano più velocemente delle norme che li regolano, in un mondo del lavoro sempre più fluido e instabile, “apprendere” - ma ancora di più “saper apprendere” - è diventata la condizione minima per restare presenti, competitivi, rilevanti.
Non più un’attività occasionale, da attivare una tantum per rispondere a un’esigenza o relegata al perimetro degli obblighi normativi: la formazione sta diventando una dimensione permanente del lavoro, un’abitudine, una cultura. È proprio per questo motivo che viene chiamata “formazione permanente”, o continua.
Ma non riguarda solo i lavoratori e le lavoratrici: in un’economia che vive di rapide esplosioni e mercati che, altrettanto rapidamente, implodono, ogni azienda che vuole sopravvivere e prosperare deve saper stare al passo e adattarsi.
Cosa si intende per formazione continua?
Chiamata dagli anglosassoni “lifelong learning”, la formazione continua - o permanente – viene solitamente definita come quel processo di apprendimento che consente ad un lavoratore o a una lavoratrice di aggiornare, ampliare o specializzare le proprie competenze professionali.
Ma non si riduce a una semplice somma di corsi di formazione o di aggiornamento: rappresenta un nuovo approccio all’apprendere, paradigma culturale che riconosce nella formazione un processo esteso lungo l’intero arco della vita.
Certo, al centro resta l’acquisizione (o l’aggiornamento) di competenze, ma il vero valore della formazione permanente risiede nell’adozione di una mentalità aperta al cambiamento e orientata al miglioramento continuo, alla crescita e alla flessibilità.
Quando la formazione continua è obbligatoria?
In molti settori, la formazione continua è obbligatoria per legge, soprattutto quando si tratta di professioni regolamentate (come medici, avvocati, ingegneri o insegnanti) che richiedono un aggiornamento costante per garantire standard di qualità e sicurezza.
Nello specifico, il riferimento normativo principale è l’art. 4, comma 3, della Legge n. 92/2012, che promuove il diritto individuale alla formazione permanente.
Al di fuori di questi casi specifici, non esiste alcun obbligo formale. Ma ce n’è uno implicito, forse ancora più vincolante e stringente: quello di tenere il passo con i cambiamenti per non restare indietro. In questo senso la formazione continua è il rimedio più efficace contro l’invecchiamento professionale e la perdita di competitività.
L’apprendimento come abilità fondamentale (oltre i corsi di aggiornamento)
Stephen Covey, autore del saggio “Le sette regole per avere successo”, sostiene che “non è quello che si sa oggi a renderci insostituibili, ma la nostra capacità di imparare continuamente”.
Questa frase risuona con ancora più forza oggi, in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale solleva interrogativi sempre più pressanti sul futuro del lavoro e sul valore delle competenze umane.
Al giorno d’oggi non è tanto il bagaglio professionale che ci portiamo dietro a fare la differenza, quanto la disponibilità a rinnovarlo, a metterlo continuamente in discussione. Adottare un approccio proattivo alla formazione significa, dunque, non limitarsi a reagire ai cambiamenti, ma sapersi portare avanti, intercettando in anticipo le competenze che il mercato richiederà.
È questo lo spirito che anima la formazione continua: la volontà di evolvere, anticipare i cambiamenti, crescere con consapevolezza.
Per fare questo serve però un cambio di prospettiva strutturale: bisogna superare l’idea che la formazione continua possa coincidere semplicemente con corsi di aggiornamento professionale periodici o corsi di formazione aziendale, che rappresentano solo una piccola parte - spesso formale, a volte vincolata da obblighi normativi - di un processo ben più ampio e profondo.
Formarsi in modo continuo significa allenare ogni giorno la capacità di osservare, riflettere, mettersi in discussione. È un’attitudine che riguarda il modo in cui si lavora, si comunica, si prendono decisioni. Significa imparare anche al di fuori dell’aula e dai contesti “classici” dell’apprendimento: nell’esperienza quotidiana, nel confronto con gli altri, nella capacità di trasformare ogni sfida in un’occasione per arricchire la conoscenza.
Ed è proprio questa capacità profondamente umana di apprendere in modo critico e creativo, di adattarsi e dare significato all’esperienza, che nemmeno l’intelligenza artificiale o le più avanzate innovazioni tecnologie potranno davvero sostituire.
La formazione continua per crescere come persone e non solo come professionisti
Certo, la formazione continua è fondamentale per restare al passo con i tempi, ma pensarla solo come strumento di “aggiornamento” professionale sarebbe limitante. È indispensabile per crescere non solo come professionisti, ma anche come persone.
Come si è intuito dall’ultimo paragrafo, la formazione continua esula dall’ambito lavorativo (per quanto importante esso sia) e coinvolge la persona nella sua interezza. Essere esposti continuamente a nuove idee e prospettive, permette infatti di affinare la propria capacità di analisi e sviluppare maggiormente il pensiero critico, e quindi di prendere decisioni più ponderate e di affrontare situazioni complesse con maggiore lucidità.
La conoscenza, se coltivata nel tempo, allena la mente a distinguere meglio le priorità, a rispondere con flessibilità agli imprevisti e ad agire con maggiore sicurezza.
La conoscenza diventa quindi uno strumento potente non solo per fare meglio il proprio lavoro, ma per vivere con maggiore consapevolezza. Allargare lo sguardo, ad adottare altre e diverse prospettive, nutrire la curiosità, mettersi in discussione: sono tutte attitudini che si sviluppano attraverso un apprendimento continuo e che arricchiscono la vita quotidiana, ben oltre l’ambito professionale.
Formazione continua: non solo per lavoratori e lavoratrici ma anche per aziende
La formazione continua non è un dovere o un investimento che riguarda solo i singoli lavoratori e lavoratrici: anche le aziende che vogliono restare competitive nel lungo periodo sono chiamate a fare il loro.
Un’organizzazione che promuove l’apprendimento costante al proprio interno è in grado di adattarsi più rapidamente ai cambiamenti del mercato, di innovare con maggiore efficacia e di rispondere in modo flessibile alle nuove esigenze operative e tecnologiche.
I vantaggi della formazione continua per un’azienda riguardano, ovviamente, anche la produttività: lavoratori e lavoratrici preparati, consapevoli e costantemente aggiornati operano in modo più efficace (e ciò riduce i costi legati ad inefficienze e rilavorazioni).
Non solo: imprese che offrono percorsi di crescita professionale aumentano l’engagement e la motivazione dei lavoratori e delle lavoratrici, contribuendo così a ridurre il turnover. Da considerare è anche il fatto che un’organizzazione che investe sulle proprie risorse si distingue anche sul mercato, attirando i migliori professionisti.
In questo senso, la formazione continua non è un costo da contenere, ma un fattore chiave per la sostenibilità e la vitalità dell’organizzazione nel tempo, l’assicurazione minima per ogni impresa che vuole durare nel tempo.
Finanziare la formazione continua si può
Troppo spesso la formazione, soprattutto quando non imposta da obblighi normativi, viene percepita dalle imprese come una voce di spesa da contenere. Il timore di un impatto sul bilancio porta molte aziende a rinviare o evitare investimenti formativi, nonostante la loro evidente importanza.
Ma ciò che le imprese talvolta trascurano è che esistono strumenti concreti per accedere alla formazione aziendale finanziata: finanziamenti, agevolazioni e bandi dedicati per investire nella formazione senza incidere pesantemente sui costi aziendali.
Tra le principali opportunità di finanziamento troviamo: i Fondi interprofessionali, che consentono di destinare parte dei contributi INPS alla formazione; i bandi regionali e nazionali, con contributi a fondo perduto; e il credito d’imposta Formazione 4.0, un incentivo fiscale per aggiornare le competenze digitali e tecnologiche.